Rompere il giocattolo della rappresentazione

 Tutta la vita, tutte le vite sono rappresentazione. Un principio vitale, un'intenzione innanzitutto, giunge a manifestazione e, nell'autoconsapevolezza della manifestazione, nella presenza di un'immagine di sé che si coglie mentre opera, sorge la rappresentazione: viene veicolato non l'impulso vitale, l'intenzione originaria, ma la sua versione addomesticata, quella che preserva l'immagine di sé costituita e ritenuta non violabile.

L'autoconsapevolezza permette la modulazione della rappresentazione ed effettua la mediazione tra l'impulso primario, l'intenzione, e l'ambiente, cioè il contesto in cui accade: l'insieme di intenzione e ambiente letti nell'interesse della preservazione della propria immagine genera la rappresentazione.

Abbiamo questa consapevolezza fin dall'inizio della nostra avventura da insegnanti: su questa consapevolezza è sorta l'ottica dell'officina: rompere in noi e in chi partecipava alla formazione la disposizione alla rappresentazione.

Rompere i ruoli e i riti della rappresentazione, la commedia a volte grossolana altre sottilissima, che aggroiviglia insegnante e discepoli e li rende complici di una non autenticità.
Rompere l'autoconsapevolezza del maestro e quella del discepolo. Scardinare ogni attore, dare un calcio al suo panchetto.

Questa è stata la nostra intenzione e la nostra storia: non è accaduta linearmente ma nel travaglio, però questa ci muoveva.

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