Da un eremo profondo
Scrivevo a Nadia e Leonardo che è finita la stagione del ricevere, e questo vale per tutti noi, me per primo. Ho ricevuto da voi stimoli e opportunità di comprensione: l'officina del Sentiero è stata innanzitutto la mia opportunità; lì per più di trent'anni ho battuto il ferro incandescente, reso tale dalla mia determinazione a imparare a qualsiasi costo.
Vedo ancora le situazioni in cui non imparate, in cui sembrate incapaci di fare un balzo, prima tra tutte quella mancanza di sensibilità che vi porta a non essere capaci di un gesto circolare quando ricevete qualcosa: ma è questione vostra, non mi riguarda più.
La stagione del ricevere, quella dell'infanzia, è finita veramente e ognuno vi farà i conti a modo proprio.
Se è finita la stagione del ricevere, lo è anche quella del donare: durante i lunghi pomeriggi di studio e di contemplazione, ricevo stimoli e subito in me sorge l'impulso a creare circolarità, a mettere a disposizione, a offrire opportunità.
È un impulso irrefrenabile, sorge a prescindere, evidentemente segno di una natura profonda: quasi sempre lo debbo reprimere, soffocare. Perché offrire ancora, perché cercare di indicare la strada se non c'è una richiesta?
Per una vita intera ho anticipato la domanda offrendo per primo: forse è stato anche un impulso alla manifestazione, certamente è stato un obbedire a una natura e comunque la manifestazione è sempre stata vissuta come un veicolo per servire, non per asservire.
Oggi mi trovo a soffocare l'espressione di questa natura anche perché non sarei in grado di reggerne le conseguenze, non avrei i modi e la disponibilità per trattare chi rispondesse, a meno che non fosse un interlocutore adatto a questa stagione.
Pochi sono gli interlocutori per questa stagione e sono tutti in questa comunità. Ogni altro rapporto è fondamentalmente pedagogico, didattico, qualcosa per cui non ho le forze e infatti, nella realtà, non accade mai che qualcuno chieda o si faccia avanti.
Mi chiedo, sempre più frequentemente, se abbia ancora un senso il mio studio contemplativo, quel ricevere impulsi dal materiale che tratto: ciò che leggo è quasi sempre una conferma al già compreso e raramente è uno spiraglio su una nuova profondità: quella profondità sorge dalla contemplazione pura che accade indipendentemente dagli stimoli ricevuti, accade nel vuoto e nello spazio vasti ed eterni.
Leggo per pomeriggi interi e solo la grande pazienza e dedizione mi tengono davanti allo schermo: il significante, lo ripeto, accade nel vuoto e nel silenzio; da quegli impulsi ricevo qualcosa che potrei donare a qualcuno se ancora credessi in questa possibilità, se non fosse terra bruciata consapevole che poco esistenzialmente serve all'altro riceverlo se non è mosso da una domanda alta, robusta.
Quello che oggi posso mettere a disposizione ha più bisogno del silenzio che del gesto e della parola, e si rivolge ai pochissimi che già sono lì, a un micron da quel compreso.
Ecco che mi confronto con il morire del maestro in me e con la fine di tutto quel mondo a quella funzione connesso.
Un grande silenzio domina, un silenzio che alberga in un eremo profondo, molto profondo.
Quello che scrivi è di grande lezione per tutti noi. Grazie.
RispondiEliminaViviamo il riflesso di questa tua nuova stagione e ne siamo anche conseguenza. Infondo è questo l'essere un organismo, concetto non pienamente compreso.
RispondiEliminaInchino profondo.
Per quel che posso comprendere, sento che è veramento concluso un ciclo. Mi dolgo per non aver offerto la sponda a tanta sapienza, studio, capacità di scendere nell'intimo umano come pochi. Ieri, all'incontro on line, ho percepito un po' d'incertezza, ma comunque la volontà a non terminare l'esperienza comunitaria e a procedere insieme.
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