Lo studio come contemplazione
Immagino che per alcuni di noi l'atto dello studiare corrisponda all'imparare e sia sorretto dalla volontà specifica di addentrarsi in nuove comprensioni e, magari, di poterle accumulare e conservare in modo che contribuiscano a una nuova visione di sé.
Per me non è così: studiare è consonare. Quando studio, quando ho quella disposizione interessata e profonda rispetto a un argomento, l'unico mio interesse è dato dalla risonanza tra il tema presente e il sentire che lo genera e lo sostiene, sentire che è già da sempre, indipendente dal tempo.
Il tema del presente consuona, risuona con la sua Essenza, Essenza che è me.
Studiare, per me, dunque è la quintessenza della contemplazione e nulla ha a che fare con un processo cognitivo: quello è laggiù, in fondo, ultimo e non sorretto nemmeno dalla memoria.
Studio e, spesso, non imparo, non saprei ripetere, non saprei dire cosa ho studiato, di certo non nell'immediato. Col tempo vedo poi che tutto affiora e diviene chiaro, ma nell'immediato c'è solo vuoto.
Questo perché lo studiare è un risiedere nel sentire, in quelle risonanze, in quella Essenza: risiedere lì non ha prezzo, ma accade nel vuoto di sé e di ogni pretesa cognitiva, di ogni tentativo di trattenere e di essere qualcuno, qualcosa.
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